C’è ancora domani?

Che giornata meravigliosa oggi. Un sole splendido, spiagge piene di gente. Insomma, la domenica perfetta per stare con i propri cari.

Perfetta. Quasi.

Oggi è stato il primo giorno di voto di questi Referendum tanto attesi. Non un voto politico per decidere questo o quel partito, ma un momento decisivo per abrogare parte di quelle norme che hanno reso il lavoro precario e indignitoso, che minano la sicurezza sul lavoro; che rendono lungo e difficoltoso l’iter per acquisire la cittadinanza italiana a chi vive, lavora, paga le tasse qui, eppure resta escluso.

Parliamo di diritti fondamentali, che permettono a tutti e tutte la piena partecipazione sociale e la piena realizzazione della persona umana nel nostro Paese.

E com’è andata? Male. Per il voto, non per le spiagge. Quelle erano affollate di tanti adulti irresponsabili, che ancora credono di dover rendere conto solo e soltanto alla propria persona; un bel tuffo e che i giovani (la loro prole compresa) se la cavino da sé!

Alle 19:00 di oggi, solo il 15,81% degli italiani ha votato.
Pare che ci sia un bel rivendicare il diritto di non scegliere. È legittimo, vero. Come è legittimo ritenere che tale atteggiamento sia il punto più basso dell’essere cittadino in una democrazia matura.

Abbiamo un problema. Serio. Grave. Collettivo.

Stiamo vivendo una crisi democratica di cui dovremmo preoccuparci. Ci dovrebbe togliere il sonno questa situazione. Siamo in caduta libera verso la fine di qualcosa che abbiamo dato per scontato per troppo tempo, da incoscienti.

I nostri nonni e le nostre nonne hanno compiuto un atto coraggioso, per loro stessi e per le generazioni a venire. Coraggio. Ci vuole coraggio non nel muoversi da un punto A a un punto B, ma nello scegliere per cambiare. Non scegliere è sicuramente una opzione, ma è quella dei codardi che preferiscono l’ozio di un attimo al benessere collettivo.

Mia nonna mi ha sempre guardata dritta negli occhi, con fierezza. Scelse di andare a votare – fu la prima volta per lei – nel 1946. Lo fece per sé stessa e per noi.

E noi un giorno? Potremo fare lo stesso con le generazioni future? Se siamo andati al seggio (prendendo le schede, ovviamente), beh sì. Questo implica, però, una maturità che è difficile trovare in giro oggigiorno.

C’è ancora domani. Intendo, c’è ancora domani mattina. Me lo ripeto da un paio d’ore, da quando sono rientrata a casa dopo aver percorso in meno di 24 ore quasi 580 km. Perché, forse, non è stato abbastanza. Avrei potuto fare di più: parlarne, scrivere, disturbare un po’ di più i sonni tranquilli di chi preferisce restare a guardare.

C’è ancora domani? Vedremo.

Se andrà male, nessuno di noi potrà ritenersi assolto quando il lavoro sarà sempre più sfruttamento o una delle prime cause di morte; quando la dignità di cittadino sarà un miraggio per gli stranieri che pur contribuiscono al benessere della collettività.

Chi non ha fatto abbastanza e chi non ha fatto nulla. Siamo tutti coinvolti in questo naufragio democratico.

C’è ancora tempo. Fino a domani. Per capire se potremo ancora guardare in faccia, senza vergogna, i nostri figli, il nostro futuro.

Ancora tempo, tempo che è tutto.

Buon voto a tutti coloro che ancora si sentono cittadini e cittadine responsabili!

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